Ho scoperto solo oggi un lungo post che parla della tragedia del 13 marzo 1987 a Ravenna. L'ha pubblicato sul suo blog Enrico Di Giacomo, titolare di un'agenzia fotogiornalistica registrata presso il Tribunale di Messina. Si tratta di una lettura lunga e impegnativa, ma ne vale la pena.
"...Di Ravenna sapevo altre cose, tutte a dir poco edificanti, conoscevo la città d’arte e i mosaici, la tomba di Dante, visitata insieme alle mie figlie, ma poco o niente di questa marina lontana che vedi alla fine di una grande pianura dove le auto parcheggiate hanno le targhe di molti paesi, come gli operai che lavorano qua dentro, quasi tutti stranieri o del Sud dell’Italia, tanto che a osservarlo da vicino sembra il parcheggio di un aeroporto internazionale. Di questa brutta storia però c’è un libro importante, scritto con passione civile da Rudi Ghedini, Nel buio di una nave (Bradipolibri, 2007), dal quale non si può prescindere, scatola nera di una delle pagine più terribili di storia italiana, libro indispensabile per capire quello che è successo, una ricerca sul campo che poi ha originato anche un documentario di rara forza espressiva...". http://www.enricodigiacomo.it/?p=714#comment-1406
NEL BUIO DI UNA NAVE (Ravenna, 13 marzo 1987)

La sera del 5 dicembre scorso, ad una iniziativa pubblica sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, ho acquistato questo libro che indigna e tocca nervi scoperti per noi lavoratori e sindacalisti.
In molti forse non ricorderanno, ma il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi del porto di Ravenna, in seguito ad un piccolo incendio che sprigionò sostanze altamente tossiche, morirono soffocati tredici operai mentre effettuavano delle pulizie nella stiva dell’Elisabetta Montanari, in quello che a tutt’oggi resta il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra.
In occasione del ventennale dell’incidente Rudi Ghedini, giornalista e scrittore bolognese, ha pubblicato il libro “Nel buio di una nave” che ripercorre le varie fasi della tragedia analizzando la lunga catena di responsabilità che portarono a morire in modo così atroce 13 persone, di cui tre non avevano ancora vent’anni, nella regione più sindacalizzata d’Italia; lo fa con il suo stile chiaro, unendo ai propri dolorosi ricordi dell’epoca testimonianze e stralci di atti processuali.
Durante la ristrutturazione della nave non vennero rispettate le più banali norme di sicurezza: mentre le vittime ripulivano da sostanze altamente infiammabili il doppiofondo sottostante i serbatoi per il trasporto di gpl, sopra di loro altri operai tagliavano e saldavano lamiere utilizzando la fiamma ossidrica, attività assolutamente incompatibili tra loro; se si aggiunge a questo che il sistema antincendio era fuori uso da alcuni giorni, non erano presenti estintori, non esisteva un piano di evacuazione in caso d’incidente, gli operai presenti non conoscevano il loro ambiente di lavoro e non avevano nessun tipo di formazione, si può affermare che furono praticamente condannati a morte. Le tredici vittime erano dipendenti di cinque aziende diverse, alcuni al loro primo giorno di lavoro e visto che otto di questi lavoravano in nero, nei primi drammatici momenti i responsabili dei cantieri, invece di collaborare con i vigili del fuoco, si preoccuparono di mandare a prendere i libretti di lavoro a casa degli ignari parenti per tentare di metterli in regola. Ghedini lascia trapelare una grande e contagiosa amarezza, oltre al dolore per quanto accadde, perché a tutt’oggi i colpevoli restano pressoché impuniti.
Tra pochi giorni saranno passati ventun’anni e la sera del 5 dicembre mi chiedevo quanto lavoro bisogna ancora fare per applicare la 626 e migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro. La mattina seguente ho appreso del primo morto alla Thyssen-Krupp di Torino.
Per caso, cercando qualcos'altro su Google, ho trovato una recensione molto particolare:
http://luanaca.spaces.live.com/blog/cns!A92E08F8EAB6A219!1990.entry
Più che una recensione, una testimonianza diretta.
Ho letto un libro e volevo segnalarlo perchè mi tocca molto da vicino. "Nel buio di una nave" è un libro di Rudi Ghedini. Un libro che racconta della più grande tragedia italiana sul lavoro dal dopoguerra a oggi.
Era il 13 marzo del 1987, quando 13 operai morirono soffocati nella stiva della Elisabetta Montanari nei cantieri della Mecnavi al porto di Ravenna. Ho letto quel libro e per chi ne ha solo letto sui giornali è credibile, l'incredibile è che io l'ho vissuta... I miei genitori facevano i custodi per i Cantieri Ravenna di Trombini, gli Arienti avevano preso in affitto una parte del cantiere "la torneria" con annesso bacino di carenaggio dove era in secca per lavori la nave, quello che il libro non può raccontare è come io l'ho vissuta, non era la prima volta che c'erano principi di incendi, saldavano mentre uomini (picchettini li chiamavano), stavano a pulire le cisterne con stracci, non esistevano misure di sicurezza adeguate. (Tanto a Natale quelli dei controllo fuochi (gasfree) ricevevano orologi d'oro, e non solo loro).
Ma fin qui nulla di strano... per chi lavora con gente che ha "caporali" che gestiscono i lavori, gente che per lavorare senza tante rotture paga altri perchè non controllino, non si cura di sicuro dei diritti minimi degli operai; lavorare al nero era (é) la regola... La cosa che ancora oggi mi fa tremare di rabbia è che non sapevano nemmeno chi c'era dentro se una o due squadre, ma sapevano bene quali erano i pezzi sostituiti e saldati, visto che pretendevano che i pompieri non aprissero un varco nelle zone saldate.
E quanto tempo hanno perso prima di chiamare i soccorsi, le ambulanze sono state chiamate alle 10,05 mentre dalla Montanari il fumo usciva già da diverso tempo. Hanno detto che sono morti subito... Io ho sentito per certo che i pompieri martellavano le lamiere e da dentro rispondevano...
Ero molto giovane ma il ricordo di quei corpi allineati uno a uno... infiniti... Ricordo il caos poche ore dopo tutti i lavoratori del porto si accalcavano ai cancelli. (Sempre dopo si fanno i cortei "sciopero generale"). Ricordo Ornella che diceva: - Quei vigliacchi volevano che andassi a casa di un ragazzo morto per prendere il libretto di lavoro. (Lei non ci andò ma un’altra segretaria con un po' più di pelo sullo stomaco sì, senza dire alla famiglia che il corpo del loro figlio giaceva sotto un lenzuolo). Ricordo il lenzuolo bianco con scritto MAI PIU' in testa al corteo e tutte le chiacchiere dei giorni successivi. Ricordo Miro Trombini sul prato la testa fra mani piangere come un bambino.
Sono passati 20 anni ma in me il ricordo di quelle persone che nella pausa pranzo giocavano a pallone nel prato davanti alla finestra della sala non mi lascerà mai più. (Ma alcuni non li ho visti, visto che erano al primo giorno di lavoro) 13 corpi dentro a barelle arancioni (quelle da elicottero) coperti con un lenzuolo bianco.
Ho smesso di sognare corpi neri avvolti in stracci che si arrampicano su per la parete del bacino di carenaggio. Ma non scorderò mai i loro volti mentre mangiavano panini seduti nel prato al primo sole di marzo...
La mamma degli Arienti si tolse la vita. Non so quale sia stato il motivo del suo gesto. Certo i suoi figli tengono il peso di 14 morti sulla coscienza. Quello che da 20 anni spero è che i loro sogni non siano MAI PIU' stati sogni sereni.

Così 13 picchettini soffocarono come topi nella rossa Ravenna
Il prossimo primo maggio in tutte le piazze italiane addobbate per la Festa del lavoro si terrà un minuto di silenzio per le circa 1300 vittime che ogni anno assurdamente muoiono faticando. Si muore più al Nord perché è al Nord che si lavora di più. Rispetto a vent'anni fa di significativo è cambiato poco: il numero dei caduti si è abbassato in maniera lievissima; la sola differenza rilevante la indica il numero di lavoratori immigrati morti, uno su sei del totale. Proprio vent'anni fa a Ravenna, precisamente il 13 marzo del 1987, accadde il più grave incidente mortale sul lavoro del dopoguerra, oggi raccontato in un libro di Rudi Ghedini dal titolo fosco Nel buio di una nave.
La nave gasiera Elisabetta Montanari era ferma per lavori di riparazione al cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell'intero Adriatico. Un incendio divampò nella stiva a causa dell'incontro della fiamma ossidrica di un operaio che tagliava lamiere con dell'olio fuoriuscito da una condotta. L'incendio, col suo seguito di fumo densissimo di ossido di carbonio e acido cianidrico, costò la vita a tredici operai che lavoravano in cunicoli attraverso i quali potevano muoversi solo strisciando. L'autopsia rivelò che la morte era sopraggiunta per mezzo di un edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche dopo un'atroce, interminabile agonia. Scrive Ghedini: «le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre avevano meno di vent'anni, dodici erano picchettini». I picchettini sono lavoratori destinati a svolgere operazioni di pulizia nelle stive delle navi. Rimuovono ruggine e residui di combustibile colati dai capienti serbatoi. Racconta Ghedini che la parola picchettino compare su pochi vocabolari e saltò alla ribalta delle cronache proprio vent'anni fa, il giorno successivo alla tragedia, lasciando incerti sul significato non pochi. Tredici picchettini morirono vent'anni fa proprio mentre pulivano la vecchia stiva della Elisabetta Montanari. Tre erano al primo giorno di lavoro. Un altro doveva andare in pensione di lì a poco. Mohamed Abdel Hadij Mosad, egiziano del Cairo, è l'immigrato che secondo disumane statistiche non poteva mancare nel computo dei morti. Aveva in passato lavorato in un circo ed era stato assunto da poco da una delle cinque aziende che offriva manodopera per i lavori di pulizia della nave gasiera. Mosad, pochi giorni prima, era incappato in un altro incendio, presagio agghiacciante della prossima fine. L'intento di Ghedini nel ricostruire i fatti e riportarli all'attenzione comune è dichiaratamente politico: «far capire ai lettori che non siamo di fronte a una storia locale, anacronistica, che riguarda solo quei lavoratori, le loro famiglie e i loro amici, ma che questa storia ci appartiene e mantiene una terribile attualità». L'inchiesta che seguì alla morte dei picchettini, di cui il libro dà conto, accertò che i tredici non conoscevano la pericolosità del loro ambiente di lavoro e non avevano ricevuto alcun addestramento. Ma anche nel caso in cui fossero stati addestrati e preparati al pericolo, le condizioni oggettive di lavoro gli avrebbero comunque impedito una rapida e agevole evacuazione dei locali incendiati: una vera e propria tragedia annunciata, dunque. Il racconto di Ghedini è partecipe e appassionato: dallo sgomento della città ferita alla cronaca dell'atmosfera surreale dei funerali in duomo. Surreale perché avvilita dalla coscienza di quanto la tragedia della Mecnavi non intrattenesse alcun rapporto con la dicitura «evento tragico legato a fatalità». Le morti del 13 marzo 1987 potevano essere tutte evitate. E se si accosta tale certezza al dato dei caduti sul lavoro di oggi, l'avvilimento di chi seguì i funerali delle vittime vent'anni or sono, si diffonde in modo inquietante. Forse Ghedini avrebbe dovuto dedicare più spazio a un interrogativo importante a cui egli risponde solo parzialmente. Il dramma della Mecnavi non avvenne nei porti meridionali di Taranto o Salerno, ma in quello della Ravenna comunista, in una Romagna in cui i sindacati confederali avevano ed hanno un ruolo di classi dirigenti. «Lavoro nero, caporalato, disprezzo delle più elementari norme di sicurezza» trovarono ospitalità in un luogo elevato a modello amministrativo per anni e a cui ancora si guarda con nostalgia. Comprendere meglio perché proprio a Ravenna e non altrove è avvenuto il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra è una domanda a cui il libro non offre risposta esaustiva.
Antonio Funiciello, Il Riformista, 28 aprile 2007
http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=15468
Recensito da "Internazionale"
Il 13 marzo 1987 nel porto di Ravenna è avvenuto il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra: tredici operai sono morti soffocati nella stiva di una nave portata in secco nel cantiere Mecnavi. Erano quasi tutti ragazzi di una ventina d’anni, ingaggiati senza contratto. La loro morte è stata causata da un piccolo incendio e poteva essere evitata. Ma su quella nave e nel porto di Ravenna a quell’epoca le misure di sicurezza erano scarse, e chi doveva farle rispettare era a dir poco distratto. Attraverso gli atti processuali, articoli e interviste Rudi Ghedini ha ricostruito una vicenda di lavoro nero e di sfruttamento che si ripete ancora troppo spesso nell’Italia di oggi, dove sul lavoro muoiono in media tre o quattro persone al giorno.
Giovanna Chioini, Internazionale 687, 6 aprile 2007
Quei tredici picchettini
Nel buio di una nave
«Morire mentre si lavora: accade quotidianamente, ripetutamente, implacabilmente, in un paese ricco come l’Italia». Si apre così l’ultimo capitolo del nuovo libro del giornalista bolognese Rudi Ghedini, Nel buio di una nave, uscito in occasione del ventesimo anniversario del più grave incidente sul lavoro mai accaduto in Italia. Era il 13 marzo del 1987 quando tredici giovani, molti appena ventenni al loro primo giorno di lavoro senza nemmeno essere stati addestrati, morirono soffocati dentro la stiva della gasiera Elisabetta Montanari nel cantiere Mecnavi del porto di Ravenna. A causare la disgrazia fu la scintilla di una fiamma ossidrica che provocò un piccolo incendio che poi surriscaldò i rivestimenti dei serbatoi del combustibile, gocciolando sul fondo della stiva. Di mestiere facevano i picchettini, un termine di cui gli italiani non sapevano nulla e di cui vennero a conoscenza violentemente: sono pochissimi infatti i dizionari a contemplare la voce «picchettino», colui cioè che sulle navi si occupa delle pulizie della stiva, spesso all’interno di stretti e bui cunicoli in condizioni di scarsa sicurezza. Il vero dramma di quella oscura vicenda è forse quanto Ghedini riporta a pagina 22: «prima che la tragedia si consumasse, c’era ancora tempo per salvare, se non tutti, la maggioranza degli operai: ma la preoccupazione dei responsabili del cantiere, disse un avvocato di parte civile, “non fu quella di collaborare con i Vigili del Fuoco, ma correre a casa dei dipendenti per recuperare i loro libretti di lavoro e tentare di metterli in regola”». E a guardarci bene, in un paese come il nostro che conta la bellezza di 1.000 morti bianche all’anno, a distanza di due decenni, ben poco è cambiato. E i luoghi dell’insicurezza, dove in occasione dei controlli forse qualcuno mette in scena quella stessa corsa per regolarizzare i suoi muratori invisibili per il fisco, sono ancora i cantieri edili. Il lavoro nero lì c’è ancora, eccome se c’è, e come sempre non si vede. Mentre il caporalato promette quattro euro e ruba i sogni ai nuovi disperati, oggi in arrivo dall’Africa o dalla Romania, a bordo di furgoncini che li raccoglie di prima mattina da fermate improvvisate a pochi metri dalle loro baracche. Capita anche nella civilissima Bologna. Nessun libretto di lavoro, nessuna sicurezza, nessuna certificazione valida per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Ghedini – che per la Bradipolibri aveva già pubblicato Andrea Pazienza. I segni di una resa invincibile – con Nel buio di una nave (10 euro) fa un lavoro da vero giornalista d’inchiesta.
Alessandra Testa, Il Domani, 27 marzo 2007
Segnaliamo questo libro che rende un servizio importante alla memoria e alla conoscenza di una tragedia che poteva essere evitata.
STORIA DI MORTI BIANCHE E SILENZIOSE
Matteo Marchesini
Corriere della Sera – Bologna
13 marzo 2007
Il 13 marzo 1987, nel cantiere della ditta Mecnavi al porto di Ravenna, 13 operai morirono asfissiati dentro una stiva. Fu il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra. Un genere di sciagure che in Italia continua a mietere più di 1000 vittime l’anno, ma che si dimentica in fretta: come tutto ciò che l’immaginario collettivo considera “residuale”, perché non possiede più paradigmi entro cui interpretarne il significato. E i paradigmi caddero proprio nel decennio “da bere” che il bolognese Rudi Ghedini, testimone acuto dei costumi nazionali, evoca in questo reportage sul caso Mecnavi: un libro montato con una calibrata selezione di documenti, disegni, ricordi, secondo la tradizione che trova il suo modello in Enzensberger. Ghedini allinea seccamente i dati: caporalato, giovani mai addestrati chiusi tra doppifondi alti meno di un metro, imprenditori che conquistano il mercato ignorando la sicurezza, e falsificano post mortem i libretti di lavoro. Una vera storia dell’’87. Cioè del 2007.
Intervistato da OneMoreBlog
di Marta Meo
http://www.onemoreblog.it/archives/014736.html
MM: Rudi, in questi giorni è uscito il tuo libro, dieci anni di lavoro per non dimenticare l'orrore di un incidente che appare, se possibile, ancor più tragico proprio perché avvenuto nella circostanza più incredibile, con la nave ferma in porto.
RG: La nave era stata affidata al cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato dell'Adriatico. Sulla nave venivano effettuati lavori di carpenteria e di pulizia: alcune lamiere del doppiofondo, destinato a ospitare il combustibile, presentavano un avanzato stato di corrosione e dovevano essere sostituite. Contemporaneamente, i cosiddetti “picchettini” rimuovevano la sporcizia accumulata nelle stive, sotto i serbatoi; usavano stracci, palette, spazzole e raschietti per rimuovere la ruggine e i residui di combustibile; ancora oggi, si lavora così. La cronaca della catastrofe è simile a una reazione a catena: innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi di combustibile, che gocciolò sul fondo della stiva e prese fuoco a sua volta. Dalla combustione si svilupparono ossido di carbonio e acido cianidrico. L'aria divenne presto irrespirabile. L'autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche, dopo una lunghissima agonia. Morirono “come topi”, disse il cardinale Tonini.
Una tale sproporzione fra la causa scatenante e gli effetti appare quasi inconcepibile. Invece, divenne presto chiaro che si trattava di una “tragedia annunciata”, si scoprirono situazioni conosciute da pochi: la piaga del lavoro nero, il caporalato, il disprezzo delle più elementari norme di sicurezza, l'arroganza di imprenditori - i fratelli Arienti - che non tolleravano il sindacato nella loro azienda...
Il primo commento è di un amico e il paragone con Truman Capote mi costringerà a pagargli almeno un gelato.