Nel buio di una nave

Ravenna, 13 marzo 1987

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Utente: taribo59
Sta in una tavola di Doonesbury e mi sembra un'ottima domanda: “Scrivere blog non è sostanzialmente una cosa da sfigati rosiconi semidisoccupati che non hanno abbastanza talento o sono troppo pigri per fare i giornalisti sul serio?”.

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sabato, 19 gennaio 2008

Il primo maggio 2007 ero a Venezia, a Campo San Barnaba, per un'iniziativa pubblica sul tema della sicurezza sul lavoro. Si parlò anche di Porto Marghera, dove è appena avvenuta una tragedia terribilmente simile a quella che si verificò nel porto di Ravenna vent'anni prima (il mio libro era appena uscito).

Venezia 1 maggio

Il 13 marzo 1987 tredici lavoratori persero la vita soffocati nella stiva della gasiera Elisabetta Montanari all’interno del cantiere Mecnavi, all’epoca il più grande cantiere privato sul mare Adriatico. Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi di combustibile, che gocciolò sul fondo della stiva e prese fuoco a sua volta. Dalla combustione si svilupparono ossido di carbonio e acido cianidrico. L’aria divenne presto irrespirabile. L’autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche, dopo una lunghissima agonia.

Nel libro ho cercato di ricostruire la vicenda e il contesto storico, i lunghissimi passaggi processuali (cinque processi penali, sedici anni per arrivare ai risarcimenti alle famiglie), cosa è cambiato e come si possa ancora morire di lavoro, oggi. Volevo contrastare la più subdola fra le figure retoriche solitamente accostate agli incidenti sul lavoro: quante volte ci è capitato di sentire la parola strage associata a fatalità? Invece, ciò che è accaduto si presenta come un'evidente, intollerabile, odiosa ingiustizia. Con una lunga serie di colpevoli: imprenditori, subappaltatori, chi rilasciò le autorizzazioni, chi non vigilò come avrebbe dovuto.

È raro trovare una concentrazione di cause simile a quella che si determinò nel cantiere Mecnavi, ma in ogni infortunio sul lavoro si ritrovano alcuni fra gli elementi di quella tragedia: lavoro nero, caporalato, imprenditori che non tollerano il sindacato nella loro azienda, colpevoli risparmi sulle norme di sicurezza, mancato addestramento del personale, omissione dei sistemi anti-infortunistici, un’organizzazione del lavoro finalizzata al massimo profitto nel più breve tempo possibile.

postato da: taribo59 alle ore 19/01/2008 17:39 | link | commenti
categorie: presentazioni, il libro
martedì, 13 marzo 2007

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Infortuni sul lavoro: Art.21, i morti salgono a 203 dall’inizio dell’anno; esattamente 20 anni fa la strage di Mecnavi

http://www.articolo21.info/notizia.php?id=4650

http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2240

Mecnavi, ''Nel buio di una nave''

Quando tredici corpi senza vita vennero estratti dal ventre della nave gasiera Elisabetta Montanari, il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell’intero Adriatico, prima i soccorritori e poi i giornalisti rimasero stupefatti dall’aspetto dei picchettini: facce annerite, maglioni pesanti infilati uno sopra l’altro, pantaloni di velluto spesso, passamontagna, giacca e pantaloni di tela cerata, lunghi stivali. Sui giornali del 14 marzo tutti scoprirono la parola picchettino e dovettero associarla a una tragedia.
Vent’anni dopo, resta il più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra. Tredici morti, con una lunga catena di responsabilità: le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent’anni, dodici erano picchettini, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro.
Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi del combustibile, gocciolando sul fondo della stiva. Si svilupparono ossido di carbonio e acido cianidrico. L’aria divenne presto irrespirabile. L’autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche. Varie testimonianze convergono: si sentiva battere contro le pareti metalliche, gli intrappolati chiedevano aiuto, e continuarono a farlo per lunghi, interminabili minuti.
Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo, non conoscevano l’ambiente di lavoro, non avevano ricevuto alcun addestramento. Quel lavoro non doveva presentare alcun margine di rischio. Impensabile si potesse ancora morire facendo le pulizie.
Forse “un’altra Mecnavi” oggi non sarebbe possibile; quella tragedia costrinse a rivedere le disposizioni per la sicurezza, si sono perfezionate le procedure di coordinamento fra i vari soggetti preposti al controllo e ridotti i casi di reperimento irregolare della manodopera. Ma l’Italia resta un Paese pericoloso per chi lavora. E agli incidenti, colpevolmente, si fa l’abitudine; ottengono scarsissimo rilievo sui mezzi di comunicazione. Non fanno notizia. Nei giornali, ammesso che se ne parli, si riducono a trafiletto nelle “brevi di cronaca”, immancabilmente chiusi con la formula di rito: “la procura ha aperto un’inchiesta”.
Si muore nei cantieri edili, nei campi, nelle fabbriche, nei laboratori artigianali. Ovunque vi siano appalti e prevalga la logica del massimo ribasso, è pressoché sicuro che si speculi sulle norme di sicurezza e sul lavoro irregolare. In molti cantieri è difficile capire chi lavora per chi. Fino a situazioni limite come quella riscontrata nell’ottobre 2006 in un grande cantiere autostradale, dove gli ispettori hanno identificato lavoratori dipendenti da 200 aziende diverse.
Alle rappresentanze sindacali compete l’onere di difendere l’integrità fisica e la dignità dei lavoratori, alzando il livello delle norme di sicurezza e pretendendo la loro concreta applicazione. Una cultura della prevenzione deve innanzitutto respingere l’obiezione che certi costi sarebbero insostenibili. È vero il contrario: il costo sociale della sicurezza è nettamente inferiore a quello provocato dagli incidenti. Per fortuna sembra stia svanendo l’ubriacatura per la flessibilità, sempre e comunque. Paradossale e perciò più significativa mi sembra la posizione assunta dalle agenzie di lavoro temporaneo, che hanno chiesto al governo un tavolo di concertazione fra tutte le agenzie di collocamento, nonché il blocco di nuove licenze. Il loro scopo è flessibilizzare al massimo il mercato del lavoro, ma intanto vorrebbero che il governo impedisse la nascita di nuovi competitori. La concorrenza più desiderabile riguarda sempre gli altri.
Accanto agli incidenti sul lavoro sopravvivono figure retoriche decisamente fuorvianti: quante volte ci è capitato di sentire la parola strage associata a fatalità? Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una profonda, intollerabile, odiosa ingiustizia. Con una lunga serie di colpevoli: gli imprenditori, i subappaltatori, chi rilasciò le autorizzazioni, chi non vigilò come avrebbe dovuto.
Ho potuto verificarlo in varie circostanze: la parola Mecnavi fa scattare qualche vago ricordo, ma il più delle volte rientra fra i suoni insignificanti, rimanda a avvenimenti ormai espulsi dalla memoria collettiva. Mi è stato fatto notare come, a paragone con Seveso o l’alluvione di Firenze, la tragedia di Ravenna sia poco conosciuta anche per la scarsità di notizie reperibili su Internet. L’intenzione politica del mio libro è far capire che non siamo di fronte a una storia locale, lontana nel tempo, anacronistica, che riguarda solo quei lavoratori, le loro famiglie e i loro amici, ma che questa storia ci appartiene e mantiene una terribile attualità. Rileggendo i documenti dell’epoca, gli atti processuali, alcune ottime inchieste giornalistiche, mi è tornata alla mente una frase di Walter Benjamin: “È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. Un po’ della crisi della politica, mi sono convinto stia anche in questo.

*Nel buio di una nave
Rudi Ghedini
Bradipolibri, 2007, 112 pagine, 10 euro

postato da: taribo59 alle ore 13/03/2007 15:01 | link | commenti
categorie: dalla stampa, il libro
venerdì, 02 marzo 2007

Eccolo.

In quarta di copertina

Il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra è avvenuto il 13 marzo 1987 nel cantiere Mecnavi del porto di Ravenna: tredici operai morirono soffocati dentro la stiva di una nave. Una morte atroce, con una lunga catena di responsabilità: le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent’anni, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro.

Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi del combustibile, gocciolando sul fondo della stiva. Si svilupparono ossido di carbonio, isocianati, acido cianidrico. L’aria divenne presto irrespirabile. L’autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche. Varie testimonianze convergono: si sentiva battere contro le pareti metalliche, gli intrappolati chiedevano aiuto, e continuarono a farlo per lunghi, interminabili minuti.

Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo, non conoscevano l’ambiente di lavoro, non avevano ricevuto alcun addestramento. Quel lavoro non doveva presentare alcun margine di rischio. Impensabile si potesse ancora morire facendo le pulizie.

postato da: taribo59 alle ore 02/03/2007 13:46 | link | commenti
categorie: il libro
martedì, 13 febbraio 2007

Mancano tre settimane all'uscita e questa è la copertina provvisoria.copertina - prova

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: taribo59 alle ore 13/02/2007 10:39 | link | commenti
categorie: il libro