Nel buio di una nave

Ravenna, 13 marzo 1987

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Utente: taribo59
Sta in una tavola di Doonesbury e mi sembra un'ottima domanda: “Scrivere blog non è sostanzialmente una cosa da sfigati rosiconi semidisoccupati che non hanno abbastanza talento o sono troppo pigri per fare i giornalisti sul serio?”.

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domenica, 24 febbraio 2008

domenica, 24 febbraio 2008

Funerali Thyssen Krupp

Omicidio volontario

Sette operai della ThyssenKrupp sono morti per un incidente avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. I loro nomi sono Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe De Masi, l’ultimo a morire, lo scorso 30 dicembre.

L’ipotesi di reato configurata dai PM torinesi (Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso) è inedita, mai vista prima nei processi per gli incidenti sul lavoro: omicidio volontario. Questo reato sembra sia contestato solo a uno degli indagati, l’amministratore delegato (AD) del gruppo in Italia, Harald Espenhahn, mentre per altri 5 indagati ci si limita al classico omicidio colposo. A tutti e 6 è contestata l'omissione dolosa di cautele antinfortunistiche aggravata.

 

La Procura ha ascoltato gli operai superstiti, i dirigenti locali, i vigili del fuoco, e la Procura ha mantenuto l’impegno a chiudere l’indagine in tempi rapidi.

Fin dall’inizio è stato chiaro che la decisione del gruppo di abbandonare lo stabilimento torinese per trasferire a Terni l’intera produzione italiana aveva comportato una crescente "distrazione" nei confronti di quella fabbrica: niente lavori per installare nuovi impianti di sicurezza, scarsa attenzione alla manutenzione.

In una perquisizione nella sede di Terni, è stato trovato un documento in cui l’AD del gruppo informava la sede centrale in Germania che "gli operai fanno gli eroi in tv", rievocando gli anni di piombo, per spiegare che il clima in Italia è ostile nei confronti dell’azienda.

Dalle testimonianze dei dirigenti dell’Asl si apprende che alla Thyssen di Torino erano state contestate ben 116 violazioni alle norme di sicurezza. Dall'inchiesta sono emersi i pecedenti: due incendi nelle fabbriche del gruppo, uno a Torino nel 2003, l’altro in Germania, che pur senza fare vittime avrebbero dovuto allarmare i vertici della multinazionale. Ad allarmarsi, invece, sono state solo le compagnie assicurative, che elevarono da 30 a 100 milioni la franchigia, proprio perché Torino non si era ancora dotata dei dispositivi di sicurezza già in uso a Terni, come lo spegnimento automatico degli incendi.

Entro l’estate verrà depositata la richiesta di rinvio a giudizio. La domanda di verità e giustizia, oggi, è molto alta. Ma i tempi della giustizia e i troppi precedenti di impunità per i responsabili di gravissimi incidenti sul lavoro, mi rendono scettico sull'esito dei processi.

postato da: taribo59 alle ore 24/02/2008 10:33 | link | commenti
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venerdì, 25 maggio 2007

24 maggio, in un solo giorno, alla lunga lista dei morti sul lavoro si sono aggiunte 5 persone: due muratori a Correggio, alle porte di Ferrara, un operaio nel vercellese, e due agricoltori schiacciati sotto il trattore, in provincia di Siracusa.

<B>Morti bianche, cinque vittime in 24 ore<br>A Ferrara crolla un muro, sepolti 2 muratori</B>

A Ferrara, quei muratori erano impegnati nella ristrutturazione di un casale di campagna; sono rimasti uccisi dal crollo di un muro. Le vittime sono un artigiano di 34 anni, e un collega di origini tunisine di 33. L'incidente è avvenuto mentre stavano pulendo e liberando lo spazio attorno al vecchio fienile per montare un'impalcatura.

Vi invito a leggere cosa scriveva Antonio Faggioli il 3 maggio scorso nella sua rubrica su Il Domani, a proposito dei controlli per prevenire gli incidenti sul lavoro: http://www.societacivilebologna.it/ser/salute/doc/Domani%20incidenti%20sul%20lavoro%202.PDF

postato da: taribo59 alle ore 25/05/2007 10:16 | link | commenti
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sabato, 19 maggio 2007

Ciclica e tragica la regolarità con cui muoiono sul lavoro 3-4 persone ogni giorno, circa 1200 ogni anno.

Liberazione, 19 maggio 2007, pagina 12

Ravenna, dramma della "Montanari": sopravvive e prospera solo il disprezzo dei diritti dei lavoratori
 

Rudi Ghedini*
Era il mattino del 13 marzo 1987: nel porto di Ravenna, tredici lavoratori morirono soffocati nella stiva della gasiera "Elisabetta Montanari". Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi di combustibile, che gocciolò sul fondo della stiva e prese fuoco a sua volta. Si sviluppò un fumo denso di ossido di carbonio e acido cianidrico, l'aria divenne presto irrespirabile. L'autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche, dopo una lunghissima agonia. L'azione dei Vigili del fuoco si rivelò inutile: per qualche ora non fu nemmeno chiaro il numero delle persone rimaste intrappolate.
Vent'anni dopo, resta il più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra: le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent'anni, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro. Divenne presto chiaro che si trattava di una tragedia annunciata, si scoprirono situazioni inimmaginabili in una realtà ricca come quella ravennate: caporalato, subappalto, disprezzo delle più elementari norme di sicurezza, imprenditori - i fratelli Arienti - che teorizzavano l'espulsione del sindacato dalla loro azienda. In pochi anni, Mecnavi era diventato il più grande cantiere navale privato sull'Adriatico, spazzando via ogni concorrente: praticava prezzi più bassi e garantiva tempi di consegna più rapidi; nonostante ripetuti segnali d'allarme, l'azienda imponeva di svolgere contemporaneamente lavori incompatibili (pulizia e saldatura), incurante dei rischi per la sicurezza.
Scrivendo un libro su quella vicenda, ho cercato di contrastare la più subdola fra le figure retoriche associate agli incidenti sul lavoro, quella che cerca rifugio nella parola "fatalità". Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una chiarissima, intollerabile, odiosa ingiustizia, con una lunga catena di responsabilità. Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo; nessun addestramento, non conoscevano l'ambiente di lavoro, non disponevano nemmeno di un estintore.
È raro trovare una concentrazione di cause simile a quella che si determinò nel cantiere Mecnavi, ma ancora oggi in ogni infortunio sul lavoro si ritrovano alcuni fra gli elementi di quella tragedia. La sua attualità sta proprio in questo: costituire una specie di catalogo riassuntivo delle forme di organizzazione del lavoro basate sul disprezzo dei diritti. Vent'anni dopo, con la precarietà dei contratti e la frammentazione delle imprese, la situazione non è certo migliorata. Se ne parla poco e una delle spiegazioni si chiama "notiziabilità". Sta a segnalare una gerarchia: ci sono cose che "fanno notizia" e altre che si suppone non interessino al pubblico. Quasi sempre gli incidenti sul lavoro, anche i più gravi, finiscono fra le "brevi di cronaca", solo in qualche raro caso sfondano il muro della notiziabilità e vengono fatti apparire come qualcosa di nuovo, originale, sorprendente. Invece non c'è nulla di nuovo, nulla di sorprendente nella ciclica, tragica regolarità per cui, da anni, ogni giorno muoiono sul lavoro 3-4 persone, circa 1200 ogni anno.
Ripetutamente Giorgio Napolitano si è rivolto al governo e alle forze sociali, con espressioni cariche di indignazione. A Romano Prodi, invece, è sfuggita una frase infelice: ha definito "martiri" le vittime sul lavoro. Ma il martirio implica una scelta. Niente a che fare con chi, per lavorare, deve sottostare a un ricatto indegno di un Paese civile.

             
*autore del libro "Nel buio di una nave" (Bradipolibri, 2007)

postato da: taribo59 alle ore 19/05/2007 18:24 | link | commenti
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venerdì, 04 maggio 2007

Morti sul lavoro: campagna shock a Napoli
Napoli: nella Galleria Umberto I, sono state disegnate sagome bianche che rappresentano idealmente le vittime cadute per colpa dell'abusivismo e del lavoro nero.
L'iniziativa intende catturare l'attenzione dei cittadini e promuovere la cultura della legalità (Foto Ansa/Ciro Fusco).
postato da: taribo59 alle ore 04/05/2007 16:37 | link | commenti
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giovedì, 03 maggio 2007

Ogni giorno, come sempre

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/02/calabria_morti_lavoro.shtml

Calabria: due morti sul lavoro
Un operaio è stato investito da un camion nei lavori sulla Salerno Reggio Calabria. Un altro è precipitato in un complesso turistico
In un cantiere dell'autostrada A3 nel tratto tra gli svincoli di Serra e Mileto, è deceduto Rocco Palmieri, 40 anni della ditta subappaltatrice Costruzioni Antonio Mondella Srl. L'operaio è stato colpito da un camion in manovra mentre lavorava in un cantiere della Salerno-Reggio Calabria.
In un secondo distinto incidente a Capo Vaticano, nel Comune di Ricadi, un operaio straniero di circa 40 anni ha perso la vita dopo essere precipitato da un fabbricato che si trova in un complesso turistico.

http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/cronaca/sorrento-incidente/sorrento-incidente/sorrento-incidente.html

Due vittime a Sorrento per il crollo di una gru, morte due donne
Indagato il figlio del proprietario della ditta
Cede il braccio di un elevatore uccidendo due donne e ferendo quattro persone. Le vittime sono Claudia Morelli, 86 anni e Teresa Reale, cinquant'anni, suocera e nuora, di Sorrento. Feriti i tre operai che si trovavano sulla pedana per inastallare le luminarie davanti alla chiesa del paese e un carabiniere, Enrico Balestriere, militare in servizio in Sardegna, che si trovava a passare in piazza e poco dopo avrebbe dovuto incontrare degli amici quando è stato travolto dal braccio metallico. L'uomo è ricoverato all'ospedale di Sorrento per un trauma addominale e le sue condizioni sono tenute costantemente sotto controllo da parte dei sanitari.

postato da: taribo59 alle ore 03/05/2007 11:41 | link | commenti
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mercoledì, 25 aprile 2007

La denuncia del coordinamento regionale

Ispettori del lavoro senza auto nè rimborsi

In Emilia Romagna gli ispettori del lavoro non hanno in dotazione nessun mezzo per svolgere il proprio lavoro. Si spostano con i mezzi pubblici, a piedi o con la propria auto. E in questo caso, i rimborsi sono pari a quelli di venticinque anni fa.

Mezzi pubblici, auto private se ci sono o, alla peggio, a piedi. È così che in Emilia-Romagna si spostano gli ispettori del lavoro per controllare il rispetto della sicurezza sui luoghi di lavoro. Il Ministero del Lavoro non mette loro a disposizione nessuna autovettura di servizio, anche in caso di ispezioni in ditte o cantieri lontane dalle città. E anche i rimborsi, per chi utilizza la propria auto, sono decisamente irrisori: ben al di sotto delle tariffe Aci, non adeguati all'usura e aggiornati all'indennità oraria di 25 anni fa. Lo denuncia il personale ispettivo del coordinamento dell'Emilia-Romagna ricordando in una nota che "a seguito dei gravi infortuni con esito mortale" verificatisi nei giorni scorsi, nonostante si sia parlato del "disagio" e della "mancanza di mezzi del personale ispettivo", nessuna direzione provinciale del lavoro ha mai detto con chiarezza che gli ispettori operano senza ausilio di autovetture.
La situazione denunciata dal coordinamento degli ispettori dell'Emilia-Romagna è senza uguali, si legge ancora nella nota: "Comuni, Province, Regioni,Agenzie, Asl e Forze di Polizia, nessuno è nelle nostre condizioni". La nota del coordinamento regionale arriva mentre il Ministero del Lavoro annuncia, per giovedì, la Giornata dedicata alla lotta al lavoro sommerso, occasione in cui verranno presentati anche i risultati delle attività ispettive.

http://www.zic.it/

postato da: taribo59 alle ore 25/04/2007 09:34 | link | commenti
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giovedì, 19 aprile 2007

Grave incidente sul lavoro in cantiere TAV

Di nuovo un incidente sul lavoro, una "guerra" non dichiarata che sembra non fermarsi mai.
Oggi pomeriggio, verso le 15, un operaio di circa 40 anni è rimasto gravemente ferito in un incidente sul lavoro nei cantieri dell'Alta Velocità, all'interno della galleria Monte Bibele sull'Appennino bolognese.
Secondo le prime ricostruzioni, l'infortunio è stato causato dalla caduta di un manufatto nella galleria, che si trova in località Quinzano, una piccola frazione di Loiano.
Il lavoratore ferito è stato trasportato d'urgenza in elicottero all'ospedale Maggiore di Bologna dove è ora ricoverato in gravissime condizioni. La vittima ha riportato trauma cranico, toracico e agli arti inferiori.
Nei giorni scorsi un infortunio mortale si era verificato nei cantieri appenninici della Variante di valico sul versante bolognese.

Fonte: Acabnews

Acabnews

postato da: taribo59 alle ore 19/04/2007 15:59 | link | commenti
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Intanto sarebbe opportuno evitare affermazioni significativamente sbagliate come la definizione delle vittime sul lavoro come martiri.
Il martirio implica una scelta per una causa; non ci pare abbia molto a che fare con il lavoratore vittima sul lavoro, che non ha mai pensato di scegliere di morire, ma più semplicemente ha dovuto lavorare in condizioni imposte...

Tiziano Rinaldini, Cgil Emilia-Romagna, il manifesto, 18 aprile 2007

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/18-Aprile-2007/art60.html

postato da: taribo59 alle ore 19/04/2007 10:00 | link | commenti
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domenica, 15 aprile 2007

Il diritto di vivere
Gabriele Polo, il manifesto, 14 aprile 2007

Brutta parola martiri. Brutta in generale, ancor più brutta per definire i morti sul lavoro. Che non si immolano per nessuna causa, che sono vittime di omicidi da evitare con azioni concrete. Ma per mettere in atto queste ultime bisogna avere una diversa considerazione del lavoro rispetto a quella imperante, che - detta in soldoni - lo riduce a merce disponibile, così declassificando le persone al lavoro a oggetti subordinati. Che questa concezione sia ancora prevalente lo si vede persino nel disegno di legge sulla sicurezza sul lavoro varata ieri dal consiglio dei ministri: pieno di buone intenzioni ma anche di omissioni che rischiano di renderlo inefficace.
Ieri sono morti quattro lavoratori: siamo nella media giornaliera, ma non è detto che sia così, perché spesso alcune morti sfuggono al macrabo censimento quotidiano dei media. Un portuale è stato schiacciato da una balla di cellulosa a Genova, un edile è finito sotto una ruspa in un cantiere del milanese, un altro è caduto da un'impalcatura a Latina, un operaio marocchino è esploso a Brescia insieme al bidone che stava saldando. Oggi troveremo queste notizie in bella evidenza sui giornali, ma solo perché i portuali genovesi hanno ancora un po' di potere contrattuale e hanno subito scioperato, per la coincidenza di queste quattro morti con il varo del disegno di legge governativo sulla sicurezza e per le parole di Prodi. Non è una grande consolazione.
Resta il problema delle priorità, della subordinazione di milioni di vite ai bisogni delle imprese. Le quali hanno fondato gran parte dei loro profitti di questi anni e la propria competitività sull'intensificazione dei ritmi che porta con sé una maggiore insicurezza: normativa, che si traduce in prestazioni «usa e getta»; fisica che diventa rischio quotidiano d'infortunio. La politica (ma anche la cultura) sembra incapace di rovesciare quest'ordine dei fattori. E anche quando si pone il problema di un riequilibrio - almeno parziale - della distribuzione della ricchezza, come ha annunciato ieri Prodi a proposito del «tesoretto», non riesce a ridare al lavoro e alla sua condizione la pesante centralità che ha nella vita quotidiana di donne e uomini. Non aiuta i lavoratori a superare la condizione di «oggetti». Vale per gli infortuni, per la precarietà, per i diritti. E' un aspetto della crisi della rappresentanza.
Ribaltare una logica affermatasi in più di un ventennio non è semplice. Eppure qualcosa in quella direzione si potrebbe fare da subito. E, allora, diamo un consiglio a Romano Prodi: lasci perdere l'elegia dei martiri e visto che ha a disposizione un «tesoretto» inaspettato grazie a entrate fiscali superiori al previsto, ne usi una parte per combattere le morti di lavoro, per aumentare le ispezioni o per aiutare l'azione di prevenzione dei delegati alla sicurezza. Magari togliendo un pochino alle imprese, costringendole a usare i finanziamenti pubblici in arrivo per rendere la salute e la vita diritti davvero inviolabili.
postato da: taribo59 alle ore 15/04/2007 10:21 | link | commenti
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mercoledì, 04 aprile 2007

copertina

Consumatori

Nel numero di aprile del mensile della Lega Coop, il mio libro è segnalato accanto a quelli di Gianrico Carofiglio e Natalino Balasso, nella pagina curata da Giorgio Oldrini.

postato da: taribo59 alle ore 04/04/2007 10:01 | link | commenti
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mercoledì, 14 marzo 2007

 

 

 13 marzo 1987
La «lezione di Ravenna», vent'anni dopo
La strage della Mecnavi: 13 operai «morti come topi» sulla nave in manutenzione
Manuela Cartosio
Fu uno choc. Per il numero delle vittime, tredici, che ne fanno la più grande strage sul lavoro del dopoguerra in Italia. Per il luogo dove avvenne: Ravenna, città ricca, rossa e sindacalizzata. Per le condizioni di lavoro su cui squarciò il velo: ore di fatica nella pancia delle navi, stretti in cunicoli bui e senz'aria a raschiare, saldare, verniciare; assenza delle più elementari norme di sicurezza, dilagante presenza di subappalti e lavoro nero...

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/13-Marzo-2007/art61.html

postato da: taribo59 alle ore 14/03/2007 08:07 | link | commenti
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martedì, 13 marzo 2007

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Infortuni sul lavoro: Art.21, i morti salgono a 203 dall’inizio dell’anno; esattamente 20 anni fa la strage di Mecnavi

http://www.articolo21.info/notizia.php?id=4650

http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2240

Mecnavi, ''Nel buio di una nave''

Quando tredici corpi senza vita vennero estratti dal ventre della nave gasiera Elisabetta Montanari, il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell’intero Adriatico, prima i soccorritori e poi i giornalisti rimasero stupefatti dall’aspetto dei picchettini: facce annerite, maglioni pesanti infilati uno sopra l’altro, pantaloni di velluto spesso, passamontagna, giacca e pantaloni di tela cerata, lunghi stivali. Sui giornali del 14 marzo tutti scoprirono la parola picchettino e dovettero associarla a una tragedia.
Vent’anni dopo, resta il più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra. Tredici morti, con una lunga catena di responsabilità: le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent’anni, dodici erano picchettini, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro.
Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi del combustibile, gocciolando sul fondo della stiva. Si svilupparono ossido di carbonio e acido cianidrico. L’aria divenne presto irrespirabile. L’autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche. Varie testimonianze convergono: si sentiva battere contro le pareti metalliche, gli intrappolati chiedevano aiuto, e continuarono a farlo per lunghi, interminabili minuti.
Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo, non conoscevano l’ambiente di lavoro, non avevano ricevuto alcun addestramento. Quel lavoro non doveva presentare alcun margine di rischio. Impensabile si potesse ancora morire facendo le pulizie.
Forse “un’altra Mecnavi” oggi non sarebbe possibile; quella tragedia costrinse a rivedere le disposizioni per la sicurezza, si sono perfezionate le procedure di coordinamento fra i vari soggetti preposti al controllo e ridotti i casi di reperimento irregolare della manodopera. Ma l’Italia resta un Paese pericoloso per chi lavora. E agli incidenti, colpevolmente, si fa l’abitudine; ottengono scarsissimo rilievo sui mezzi di comunicazione. Non fanno notizia. Nei giornali, ammesso che se ne parli, si riducono a trafiletto nelle “brevi di cronaca”, immancabilmente chiusi con la formula di rito: “la procura ha aperto un’inchiesta”.
Si muore nei cantieri edili, nei campi, nelle fabbriche, nei laboratori artigianali. Ovunque vi siano appalti e prevalga la logica del massimo ribasso, è pressoché sicuro che si speculi sulle norme di sicurezza e sul lavoro irregolare. In molti cantieri è difficile capire chi lavora per chi. Fino a situazioni limite come quella riscontrata nell’ottobre 2006 in un grande cantiere autostradale, dove gli ispettori hanno identificato lavoratori dipendenti da 200 aziende diverse.
Alle rappresentanze sindacali compete l’onere di difendere l’integrità fisica e la dignità dei lavoratori, alzando il livello delle norme di sicurezza e pretendendo la loro concreta applicazione. Una cultura della prevenzione deve innanzitutto respingere l’obiezione che certi costi sarebbero insostenibili. È vero il contrario: il costo sociale della sicurezza è nettamente inferiore a quello provocato dagli incidenti. Per fortuna sembra stia svanendo l’ubriacatura per la flessibilità, sempre e comunque. Paradossale e perciò più significativa mi sembra la posizione assunta dalle agenzie di lavoro temporaneo, che hanno chiesto al governo un tavolo di concertazione fra tutte le agenzie di collocamento, nonché il blocco di nuove licenze. Il loro scopo è flessibilizzare al massimo il mercato del lavoro, ma intanto vorrebbero che il governo impedisse la nascita di nuovi competitori. La concorrenza più desiderabile riguarda sempre gli altri.
Accanto agli incidenti sul lavoro sopravvivono figure retoriche decisamente fuorvianti: quante volte ci è capitato di sentire la parola strage associata a fatalità? Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una profonda, intollerabile, odiosa ingiustizia. Con una lunga serie di colpevoli: gli imprenditori, i subappaltatori, chi rilasciò le autorizzazioni, chi non vigilò come avrebbe dovuto.
Ho potuto verificarlo in varie circostanze: la parola Mecnavi fa scattare qualche vago ricordo, ma il più delle volte rientra fra i suoni insignificanti, rimanda a avvenimenti ormai espulsi dalla memoria collettiva. Mi è stato fatto notare come, a paragone con Seveso o l’alluvione di Firenze, la tragedia di Ravenna sia poco conosciuta anche per la scarsità di notizie reperibili su Internet. L’intenzione politica del mio libro è far capire che non siamo di fronte a una storia locale, lontana nel tempo, anacronistica, che riguarda solo quei lavoratori, le loro famiglie e i loro amici, ma che questa storia ci appartiene e mantiene una terribile attualità. Rileggendo i documenti dell’epoca, gli atti processuali, alcune ottime inchieste giornalistiche, mi è tornata alla mente una frase di Walter Benjamin: “È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. Un po’ della crisi della politica, mi sono convinto stia anche in questo.

*Nel buio di una nave
Rudi Ghedini
Bradipolibri, 2007, 112 pagine, 10 euro

postato da: taribo59 alle ore 13/03/2007 15:01 | link | commenti
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venerdì, 02 marzo 2007

 

 

 

Prima ancora che il libro esca, il settimanale Carta mi ha offerto la possibilità di farlo conoscere.

postato da: taribo59 alle ore 02/03/2007 09:19 | link | commenti
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lunedì, 19 febbraio 2007

Ravenna notizie.it

Un convegno con i tre segretari nazionali ma anche un nuovo richiamo a non mettere in secondo piano la sicurezza nei luoghi di lavoro. Così Cgil, Cisl e Uil intendono ricordare la tragedia della Mencavi.
Il 13 marzo 1987, nella stiva della gasiera Elisabetta Montanari ferma in cantiere, morirono tredici lavoratori.

Vent’anni dopo saranno Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti e il ministro del Lavoro Cesare Damiano a ricordare quei tragici fatti in un convegno al Teatro Alighieri. Contemporaneamente verrà presentato un libro curato dal giornalista Rudy Ghedini, disponibile anche in dvd. Nell’iniziativa verranno coinvolte anche le scuole.

http://www.ravennanotizie.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5445&Itemid=2

A parte il mio nome storpiato, che si chiamasse Mecnavi e non Mencavi e che un libro non possa essere disponibile in dvd, tutto bene.

postato da: taribo59 alle ore 19/02/2007 10:11 | link | commenti
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domenica, 18 febbraio 2007

La lunga strada verso il Testo Unico

"Sarà la volta buona? Ieri il consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che delega al governo il compito di emanare entro 12 mesi «il testo unico per il riassetto e l'aggiornamento della normativa in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro». Del testo unico si parla dal 1978, l'hanno inseguito in molti senza mai acchiapparlo. Ci provarono a sinistra, con ottime intenzioni, i senatori Smuraglia e Pizzinato. Ci ha provato, con pessime intenzioni, il governo Berlusconi, bloccato per fortuna dal Consiglio di Stato. Ora ci prova il governo dell'Unione"... Manuela Cartosio, il manifesto

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Febbraio-2007/art55.html

Fra le principali novità, l'estensione delle tutele ai lavoratori parasubordinati e autonomi; il potenziamento degli interventi ispettivi; la revisione dell'apparato sanzionatorio, in modo che gli imprenditori trovino più conveniente rispettare le norme di sicurezza che pagare le multe.

postato da: taribo59 alle ore 18/02/2007 16:14 | link | commenti
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sabato, 17 febbraio 2007

Roberto Padroni aveva trentasei anni, e lavorava come fabbro in un cantiere di Cusano Milanino, in Lombardia. È morto carbonizzato venerdì, proprio in quello che, per ironia della sorte, sarebbe stato il suo ultimo giorno di lavoro, travolto da una fiammata mentre era alle prese con una saldatrice, tra gli impianti elettrici dello scheletro di una palazzina. Quando i suoi colleghi hanno provato a salvarlo, hanno trovato l’unico estintore presente nel cantiere completamente scarico...

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=63669

postato da: taribo59 alle ore 17/02/2007 15:09 | link | commenti
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