Un lavoratore è rimasto ucciso al molo Garibaldi del porto di La Spezia, mercoledì scorso. Si chiamava Giuliano Fenelli, è stato investito da un grosso carrello in retromarcia, in un'area riasfaltata da poco e ancora priva di segnaletica. I sindacati confederali hanno indetto uno sciopero di 24 ore in tutti i porti italiani, che si è svolto giovedì con una larga partecipazione.
All’ennesima morte, corrisponde l’ennesima denuncia dei sindacati per “interventi mai attuati, livelli occupazionali ridotti, ritmi forsennati, insufficiente formazione preventiva e continua e il numero eccessivo in certi porti di imprese autorizzate che aumentano il rischio di interferenza”.
Aveva 50 anni e un figlio di 14, Giuliano Fenelli. Non era inesperto, non era distratto; lavorava come operaio per la ditta che lo scorso novembre, dopo una lunga vicenda giudiziaria, aveva acquisito i lavoratori della vecchia Compagnia portuale. Secondo le testimonianze dei colleghi, Fenelli stava camminando e parlando al cellulare, per stabilire con gli uffici quali “coins” doveva movimentare (i “coins” sono grandi rotoli di alluminio del peso di qualche tonnellata). Non si è accorto di trovarsi sulla traiettoria di un carrello in retromarcia ed è stato travolto.
Nella quotidiana carneficina di lavoratori, quelli che muoiono nei porti continuano a suscitarmi una maggiore impressione.