Nel buio di una nave

Ravenna, 13 marzo 1987

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Utente: taribo59
Sta in una tavola di Doonesbury e mi sembra un'ottima domanda: “Scrivere blog non è sostanzialmente una cosa da sfigati rosiconi semidisoccupati che non hanno abbastanza talento o sono troppo pigri per fare i giornalisti sul serio?”.

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mercoledì, 30 maggio 2007

Appuntamenti e presentazioni

domenica 3 giugno, ore 17.00, Sant'Antonio di Ravenna, all'interno della festa del rione

giovedì 7 giugno, ore 14.30, Fiera di Bologna, fra le iniziative collaterali di "Ambiente Lavoro", salone dell'igiene e sicurezza

giovedì 14 giugno, ore 20.30, Bologna, Cortile di Vicolo Bolognetti, nel dibattito intitolato "Lavoro sì, martiri no"

mercoledì 27 giugno, ore 21.00, festa dell'Unità di Cadriano.

postato da: taribo59 alle ore 30/05/2007 18:42 | link | commenti (1)
categorie: presentazioni
venerdì, 25 maggio 2007

24 maggio, in un solo giorno, alla lunga lista dei morti sul lavoro si sono aggiunte 5 persone: due muratori a Correggio, alle porte di Ferrara, un operaio nel vercellese, e due agricoltori schiacciati sotto il trattore, in provincia di Siracusa.

<B>Morti bianche, cinque vittime in 24 ore<br>A Ferrara crolla un muro, sepolti 2 muratori</B>

A Ferrara, quei muratori erano impegnati nella ristrutturazione di un casale di campagna; sono rimasti uccisi dal crollo di un muro. Le vittime sono un artigiano di 34 anni, e un collega di origini tunisine di 33. L'incidente è avvenuto mentre stavano pulendo e liberando lo spazio attorno al vecchio fienile per montare un'impalcatura.

Vi invito a leggere cosa scriveva Antonio Faggioli il 3 maggio scorso nella sua rubrica su Il Domani, a proposito dei controlli per prevenire gli incidenti sul lavoro: http://www.societacivilebologna.it/ser/salute/doc/Domani%20incidenti%20sul%20lavoro%202.PDF

postato da: taribo59 alle ore 25/05/2007 10:16 | link | commenti
categorie: varie, dalla stampa
sabato, 19 maggio 2007

Ciclica e tragica la regolarità con cui muoiono sul lavoro 3-4 persone ogni giorno, circa 1200 ogni anno.

Liberazione, 19 maggio 2007, pagina 12

Ravenna, dramma della "Montanari": sopravvive e prospera solo il disprezzo dei diritti dei lavoratori
 

Rudi Ghedini*
Era il mattino del 13 marzo 1987: nel porto di Ravenna, tredici lavoratori morirono soffocati nella stiva della gasiera "Elisabetta Montanari". Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi di combustibile, che gocciolò sul fondo della stiva e prese fuoco a sua volta. Si sviluppò un fumo denso di ossido di carbonio e acido cianidrico, l'aria divenne presto irrespirabile. L'autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche, dopo una lunghissima agonia. L'azione dei Vigili del fuoco si rivelò inutile: per qualche ora non fu nemmeno chiaro il numero delle persone rimaste intrappolate.
Vent'anni dopo, resta il più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra: le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent'anni, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro. Divenne presto chiaro che si trattava di una tragedia annunciata, si scoprirono situazioni inimmaginabili in una realtà ricca come quella ravennate: caporalato, subappalto, disprezzo delle più elementari norme di sicurezza, imprenditori - i fratelli Arienti - che teorizzavano l'espulsione del sindacato dalla loro azienda. In pochi anni, Mecnavi era diventato il più grande cantiere navale privato sull'Adriatico, spazzando via ogni concorrente: praticava prezzi più bassi e garantiva tempi di consegna più rapidi; nonostante ripetuti segnali d'allarme, l'azienda imponeva di svolgere contemporaneamente lavori incompatibili (pulizia e saldatura), incurante dei rischi per la sicurezza.
Scrivendo un libro su quella vicenda, ho cercato di contrastare la più subdola fra le figure retoriche associate agli incidenti sul lavoro, quella che cerca rifugio nella parola "fatalità". Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una chiarissima, intollerabile, odiosa ingiustizia, con una lunga catena di responsabilità. Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo; nessun addestramento, non conoscevano l'ambiente di lavoro, non disponevano nemmeno di un estintore.
È raro trovare una concentrazione di cause simile a quella che si determinò nel cantiere Mecnavi, ma ancora oggi in ogni infortunio sul lavoro si ritrovano alcuni fra gli elementi di quella tragedia. La sua attualità sta proprio in questo: costituire una specie di catalogo riassuntivo delle forme di organizzazione del lavoro basate sul disprezzo dei diritti. Vent'anni dopo, con la precarietà dei contratti e la frammentazione delle imprese, la situazione non è certo migliorata. Se ne parla poco e una delle spiegazioni si chiama "notiziabilità". Sta a segnalare una gerarchia: ci sono cose che "fanno notizia" e altre che si suppone non interessino al pubblico. Quasi sempre gli incidenti sul lavoro, anche i più gravi, finiscono fra le "brevi di cronaca", solo in qualche raro caso sfondano il muro della notiziabilità e vengono fatti apparire come qualcosa di nuovo, originale, sorprendente. Invece non c'è nulla di nuovo, nulla di sorprendente nella ciclica, tragica regolarità per cui, da anni, ogni giorno muoiono sul lavoro 3-4 persone, circa 1200 ogni anno.
Ripetutamente Giorgio Napolitano si è rivolto al governo e alle forze sociali, con espressioni cariche di indignazione. A Romano Prodi, invece, è sfuggita una frase infelice: ha definito "martiri" le vittime sul lavoro. Ma il martirio implica una scelta. Niente a che fare con chi, per lavorare, deve sottostare a un ricatto indegno di un Paese civile.

             
*autore del libro "Nel buio di una nave" (Bradipolibri, 2007)

postato da: taribo59 alle ore 19/05/2007 18:24 | link | commenti
categorie: varie, presentazioni, dalla stampa
mercoledì, 16 maggio 2007

A Firenze, in meno di 24 ore, sono morti due operai: il primo, di trent'anni, in una fabbrica a Campi Bisenzio, schiacciato sotto una lastra di ferro; il secondo, di 37 anni, in un cantiere edile. Nelle ultime 48 ore, in un’azienda siderurgica di Lovere (Bergamo) è morto un operaio travolto da un carrello che trasportava travi di acciaio incandescenti. Nel porto di Napoli ha perso la vita un elettrauto di 43 anni, schiacciato da un camion in manovra. E in un cantiere della Variante di valico dell'A1, a Casalecchio di Reno (Bologna), un operaio di 50 anni è stato travolto da una gru con elevatore.

Ho appena ricevuto una telefonata da una radio fiorentina (Lady Radio): hanno rintracciato il mio nome in rete a proposito degli incidenti sul lavoro, domattina presto mi intervistano. Temo non ci sia molto di nuovo da dire...

postato da: taribo59 alle ore 16/05/2007 14:48 | link | commenti
categorie: varie
giovedì, 10 maggio 2007

Imola, giovedì 10 maggio, presso “La Palazzina”, via Quaini 14, ore 21.00

"Mai più": proiezione del documentario di Pullano, Ferrieri e Ghedini sulla tragedia avvenuta il 13 marzo del 1987 nel porto di Ravenna, con la morte di 13 operai in seguito a un incendio sviluppatosi nelle stive della “Elisabetta Montanari”.

"Nel buio di una nave", presentazione del libro alla presenza dell'autore.

La serata è promossa in collaborazione con Cgil, Cisl e Uil di Imola, nel ventennale del più grave incidente sul lavoro avvenuto nel dopoguerra.

http://lapalazzina.imola.info/pages/mai%20più/MAI%20PIU.htm

http://lapalazzina.imola.info/pages/notizie.htm

http://cartellone.comune.imola.bo.it/pagine/scheda.cfm?sw_quando=&wcartellone_id=9597&wcat_cart_id=7

postato da: taribo59 alle ore 10/05/2007 08:28 | link | commenti
categorie: presentazioni
lunedì, 07 maggio 2007

Non sono martiri

Fra il 26 aprile (Giornata nazionale dell'emersione dal lavoro nero) e il 3 maggio (Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro) in Italia circa 30 persone sono morte sul lavoro. Persino il Primo Maggio - giorno festivo e simbolico - ha lasciato (almeno) tre vittime.

http://www.zic.it/zic/articles/art_849.html

Anche se Prodi li ha chiamati "martiri", le vittime del lavoro continuano a cadere a ritmi impressionanti: a una media di 4 per ogni giorno lavorativo, quasi 1300 nell'anno 2006.
Costantemente, implacabilmente, nel disinteresse generale. Anzi, no: per uno di quei cortocircuiti che costellano le vicende dell'informazione italiana, i morti della seconda settimana di aprile hanno suscitato un diluvio di dichiarazioni (da Napolitano in giù) e di servizi giornalistici improntati allo stupore e alla sdegnata retorica. Persino Repubblica ha pubblicato una mini inchiesta sul lavoro nero e il capolarato a Milano (ma a Vallettopoli, ha dedicato cento volte più spazio che a questa tragedia nazionale). È facile prevedere che dopo il diluvio di stupore e sdegnata retorica, si tornerà presto alle "brevi di cronaca".
Eppure l'Italia resta un Paese pericoloso per chi lavora. Si muore nei cantieri edili, nei campi, nelle fabbriche, nei laboratori artigianali. Ovunque vi siano appalti e prevalga la logica del massimo ribasso, è pressoché sicuro che si speculi sulle norme di sicurezza e sul lavoro irregolare. In molti cantieri è difficile capire chi lavora per chi, fino a situazioni limite come quella riscontrata nell'ottobre 2006 in un grande cantiere autostradale, dove gli ispettori hanno identificato lavoratori dipendenti da 200 aziende diverse. Precarietà del lavoro e frantumazione del ciclo lavorativo rendono l'obiettivo della sicurezza ancora più difficile.
Condivido l'appello (anzi il "consiglio") che Gabriele Polo ha dato a Prodi sulla prima pagina del manifesto: impegnare almeno un po' del "tesoretto" (le entrate fiscali superiori al previsto) per aumentare il numero delle ispezioni sui cantieri, e per sostenere l'azione preventiva dei delegati alla sicurezza. Quanto agli ulteriori finanziamenti pubblici che finiranno alle imprese, dovrebbero essere vincolati a rendere davvero inviolabili il diritto alla salute e alla vita. Tiziano Rinaldini, segretario della Cgil dell'Emilia-Romagna, ha fatto notare quanto sia fuorviante parlare di martiri: "il martirio implica una scelta per una causa; non ci pare abbia molto a che fare con il lavoratore vittima sul lavoro, che non ha mai pensato di scegliere di morire, ma più semplicemente ha dovuto lavorare in condizioni imposte".
La prima, vera, grande aspettativa che il governo rischia di deludere è quella di ridare valore al lavoro. E se la sinistra - nelle sue convulsioni partitiche - ha ancora un senso, è da qui che dovrebbe ripartire. Dai diritti di chi lavora. Dalla dignità del lavoro. Dal trovare insopportabili simili ingiustizie. (Rudi Ghedini)

postato da: taribo59 alle ore 07/05/2007 12:42 | link | commenti
categorie: varie

EDITORIALE - http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2356

Il Primo Maggio a Venezia. Sicurezza, precariato e capolarato

di Marta Meo

Quest’anno il primo maggio è stato l’occasione in tutta Italia per parlare di sicurezza sul lavoro. A Venezia,  in Campo san Barnaba, se ne è discusso a partire dal racconto di un fatto, la storia della strage della Mecnavi di Ravenna, la più grande tragedia del lavoro che il nostro paese abbia conosciuto, per iniziativa delle sezioni Ds di San Polo e Dorsoduro e dal Nuovo Circolo 1°maggio.
A discutere con Rudi Ghedini, autore del libro “Nel buio di una nave”, si sono trovati il senatore Felice Casson e Diego Gallo, già segretario regionale della Cgil del Veneto.

Il racconto di una storia successa vent’anni fa è stata l’occasione per ricordare i tredici uomini morti nella stiva della nave Elisabetta Montanari, e soprattutto per riflettere sul fatto che in tutti questi anni i morti sul lavoro non sono mai diminuiti (sono sempre tre, quattro al giorno), così come non sono cambiate le ragioni per cui si muore. Fretta, contemporaneità di lavorazioni incompatibili, scarsa preparazione del personale, assenza di dotazioni di sicurezza sono solo alcune delle concause dell’incidente della Mecnavi, ma anche le ragioni per cui di lavoro si continua a morire oggi.
Le norme previste dal legislatore per la sicurezza – lo ha sottolineato Felice Casson – sarebbero adeguate, ma si tratta di leggi sistematicamente non rispettate, a cui vanno aggiunte la mancanza di cultura della sicurezza e l’assoluta insufficienza dei controlli.
A complicare le cose la convivenza nei cantieri di lavoratori con diversi regimi contrattuali e gradi di tutela scatena una vera e propria “guerra tra poveri”, in cui talvolta, pur di non perdere il lavoro sono gli stessi operai ad essere omertosi sugli incidenti che avvengono.
Diego Gallo ha ricordato l’esistenza di una vera e propria “aristocrazia operaia” (tra i lavoratori maggiormente sindacalizzati e tutelati) che difficilmente esegue i lavori più pesanti e rischiosi che sono invece il pane quotidiano di interinali, lavoratori occasionali, sub sub appaltatori o di chi lavora direttamente in nero.
Sono i lavoratori a cui capita – ci gela Casson –  di essere regolarizzati post mortem per fare passare meno guai ai datori di lavoro. E quando si lavora al massimo ribasso la prima cosa su cui le imprese cercano di recuperare i ribassi applicati pur di aggiudicarsi le gare è tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza, oggi come allora. Sulla Elisabetta Montanari, non c’era nemmeno un’estintore, che all’epoca costava 1500 lire. Era considerato una spesa superflua, così come oggi il fatto di lavorare in sicurezza viene percepito come un onere inutile.
Ma è possibile far passare nel nostro paese un’idea di mercato meno frettoloso e meno brutale in cui lavorare possa essere anche meno pericoloso? Credo si debba trovare il modo per far passare l’idea che lavorare in sicurezza deve convenire a tutti, anche all’impresa, anche a costo di mettere mano alle leggi sugli appalti. Perché se ci affidiamo solo alla nostra capacità di controllori rischiamo di fare la figura di quelli che fanno la guerra con la fionda e che vogliono rincorrere gli aerei a piedi, mentre nei cantieri si continua a morire.
Per finire con un’altra storia allo stesso tempo vicina e lontana: il caporalato. Un ricordo in bianco e nero fino a pochi anni fa, oggi tornato in gran voga, basta fare un salto a Piazzale Roma alle sei del mattino.

postato da: taribo59 alle ore 07/05/2007 12:34 | link | commenti
categorie: presentazioni
venerdì, 04 maggio 2007

Morti sul lavoro: campagna shock a Napoli
Napoli: nella Galleria Umberto I, sono state disegnate sagome bianche che rappresentano idealmente le vittime cadute per colpa dell'abusivismo e del lavoro nero.
L'iniziativa intende catturare l'attenzione dei cittadini e promuovere la cultura della legalità (Foto Ansa/Ciro Fusco).
postato da: taribo59 alle ore 04/05/2007 16:37 | link | commenti
categorie: dalla stampa
giovedì, 03 maggio 2007

Ogni giorno, come sempre

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/02/calabria_morti_lavoro.shtml

Calabria: due morti sul lavoro
Un operaio è stato investito da un camion nei lavori sulla Salerno Reggio Calabria. Un altro è precipitato in un complesso turistico
In un cantiere dell'autostrada A3 nel tratto tra gli svincoli di Serra e Mileto, è deceduto Rocco Palmieri, 40 anni della ditta subappaltatrice Costruzioni Antonio Mondella Srl. L'operaio è stato colpito da un camion in manovra mentre lavorava in un cantiere della Salerno-Reggio Calabria.
In un secondo distinto incidente a Capo Vaticano, nel Comune di Ricadi, un operaio straniero di circa 40 anni ha perso la vita dopo essere precipitato da un fabbricato che si trova in un complesso turistico.

http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/cronaca/sorrento-incidente/sorrento-incidente/sorrento-incidente.html

Due vittime a Sorrento per il crollo di una gru, morte due donne
Indagato il figlio del proprietario della ditta
Cede il braccio di un elevatore uccidendo due donne e ferendo quattro persone. Le vittime sono Claudia Morelli, 86 anni e Teresa Reale, cinquant'anni, suocera e nuora, di Sorrento. Feriti i tre operai che si trovavano sulla pedana per inastallare le luminarie davanti alla chiesa del paese e un carabiniere, Enrico Balestriere, militare in servizio in Sardegna, che si trovava a passare in piazza e poco dopo avrebbe dovuto incontrare degli amici quando è stato travolto dal braccio metallico. L'uomo è ricoverato all'ospedale di Sorrento per un trauma addominale e le sue condizioni sono tenute costantemente sotto controllo da parte dei sanitari.

postato da: taribo59 alle ore 03/05/2007 11:41 | link | commenti
categorie: dalla stampa
mercoledì, 02 maggio 2007

Venezia, primo maggio 2006

http://campodellunione.org/?p=226

Quest’anno il primo maggio è stato l’occasione in tutta Italia per parlare di sicurezza sul lavoro. A Venezia, in Campo san Barnaba, se ne è discusso a partire dal racconto di un fatto, la storia della strage della Mecnavi di Ravenna, la più grande tragedia del lavoro che il nostro paese abbia conosciuto, per iniziativa delle sezioni Ds di San Polo e Dorsoduro e del Nuovo Circolo 1°maggio.
A discutere con
Rudi Ghedini, autore del libro “Nel buio di una nave”, si sono trovati il senatore Felice Casson e Diego Gallo, già segretario regionale della Cgil del veneto.
Il racconto di una storia successa vent’anni fa è stata l’occasione per ricordare i tredici uomini morti nella stiva della nave Elisabetta Montanari, e soprattutto per riflettere sul fatto che in tutti questi anni i morti sul lavoro non sono mai diminuiti (sono sempre tre, quattro al giorno), così come non sono cambiate le ragioni per cui si muore.
Fretta, contemporaneità di lavorazioni incompatibili, scarsa preparazione del personale, assenza di dotazioni di sicurezza sono solo alcune delle concause dell’incidente della Mecnavi, ma anche le ragioni per cui di lavoro si continua a morire oggi.
Le norme previste dal legislatore per la sicurezza – lo ha sottolineato Felice Casson – sarebbero adeguate, ma si tratta di leggi sistematicamente non rispettate, a cui vanno aggiunte la mancanza di cultura della sicurezza e l’assoluta insufficienza dei controlli.
A complicare le cose la convivenza nei cantieri di lavoratori con diversi regimi contrattuali e gradi di tutela scatena una vera e propria “guerra tra poveri”, in cui talvolta, pur di non perdere il lavoro sono gli stessi operai ad essere omertosi sugli incidenti che avvengono.
Diego Gallo ha ricordato l’esistenza di una vera e propria “aristocrazia operaia” (tra i lavoratori maggiormente sindacalizzati e tutelati) che difficilmente esegue i lavori più pesanti e rischiosi che sono invece il pane quotidiano di interinali, lavoratori occasionali, sub sub appaltatori o di chi lavora direttamente in nero.
Sono i lavoratori a cui capita – ci gela Casson – di essere regolarizzati post mortem per fare passare meno guai ai datori di lavoro.
E quando si lavora al massimo ribasso la prima cosa su cui le imprese cercano di recuperare i ribassi applicati pur di aggiudicarsi le gare è tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza, oggi come allora. Sulla Elisabetta Montanari, non c’era nemmeno un’estintore, che all’epoca costava 1500 lire. Era considerato una spesa superflua, così come oggi il fatto di lavorare in sicurezza viene percepito come un onere inutile.
Ma è possibile far passare nel nostro paese un’idea di mercato meno frettoloso e meno brutale in cui lavorare possa essere anche meno pericoloso? Credo si debba trovare il modo per far passare l’idea che lavorare in sicurezza deve convenire a tutti, anche all’impresa, anche a costo di mettere mano alle leggi sugli appalti. Perché se ci affidiamo solo alla nostra capacità di controllori rischiamo di fare la figura di quelli che fanno la guerra con la fionda e che vogliono rincorrere gli aerei a piedi, mentre nei cantieri si continua a morire.
Per finire con un’altra storia allo stesso tempo vicina e lontana: il caporalato. Un ricordo in bianco e nero fino a pochi anni fa, oggi tornato in gran voga, basta fare un salto a Piazzale Roma alle sei del mattino.
Marta Meo

postato da: taribo59 alle ore 02/05/2007 13:07 | link | commenti
categorie: presentazioni