
Così 13 picchettini soffocarono come topi nella rossa Ravenna
Il prossimo primo maggio in tutte le piazze italiane addobbate per la Festa del lavoro si terrà un minuto di silenzio per le circa 1300 vittime che ogni anno assurdamente muoiono faticando. Si muore più al Nord perché è al Nord che si lavora di più. Rispetto a vent'anni fa di significativo è cambiato poco: il numero dei caduti si è abbassato in maniera lievissima; la sola differenza rilevante la indica il numero di lavoratori immigrati morti, uno su sei del totale. Proprio vent'anni fa a Ravenna, precisamente il 13 marzo del 1987, accadde il più grave incidente mortale sul lavoro del dopoguerra, oggi raccontato in un libro di Rudi Ghedini dal titolo fosco Nel buio di una nave.
La nave gasiera Elisabetta Montanari era ferma per lavori di riparazione al cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell'intero Adriatico. Un incendio divampò nella stiva a causa dell'incontro della fiamma ossidrica di un operaio che tagliava lamiere con dell'olio fuoriuscito da una condotta. L'incendio, col suo seguito di fumo densissimo di ossido di carbonio e acido cianidrico, costò la vita a tredici operai che lavoravano in cunicoli attraverso i quali potevano muoversi solo strisciando. L'autopsia rivelò che la morte era sopraggiunta per mezzo di un edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche dopo un'atroce, interminabile agonia. Scrive Ghedini: «le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre avevano meno di vent'anni, dodici erano picchettini». I picchettini sono lavoratori destinati a svolgere operazioni di pulizia nelle stive delle navi. Rimuovono ruggine e residui di combustibile colati dai capienti serbatoi. Racconta Ghedini che la parola picchettino compare su pochi vocabolari e saltò alla ribalta delle cronache proprio vent'anni fa, il giorno successivo alla tragedia, lasciando incerti sul significato non pochi. Tredici picchettini morirono vent'anni fa proprio mentre pulivano la vecchia stiva della Elisabetta Montanari. Tre erano al primo giorno di lavoro. Un altro doveva andare in pensione di lì a poco. Mohamed Abdel Hadij Mosad, egiziano del Cairo, è l'immigrato che secondo disumane statistiche non poteva mancare nel computo dei morti. Aveva in passato lavorato in un circo ed era stato assunto da poco da una delle cinque aziende che offriva manodopera per i lavori di pulizia della nave gasiera. Mosad, pochi giorni prima, era incappato in un altro incendio, presagio agghiacciante della prossima fine. L'intento di Ghedini nel ricostruire i fatti e riportarli all'attenzione comune è dichiaratamente politico: «far capire ai lettori che non siamo di fronte a una storia locale, anacronistica, che riguarda solo quei lavoratori, le loro famiglie e i loro amici, ma che questa storia ci appartiene e mantiene una terribile attualità». L'inchiesta che seguì alla morte dei picchettini, di cui il libro dà conto, accertò che i tredici non conoscevano la pericolosità del loro ambiente di lavoro e non avevano ricevuto alcun addestramento. Ma anche nel caso in cui fossero stati addestrati e preparati al pericolo, le condizioni oggettive di lavoro gli avrebbero comunque impedito una rapida e agevole evacuazione dei locali incendiati: una vera e propria tragedia annunciata, dunque. Il racconto di Ghedini è partecipe e appassionato: dallo sgomento della città ferita alla cronaca dell'atmosfera surreale dei funerali in duomo. Surreale perché avvilita dalla coscienza di quanto la tragedia della Mecnavi non intrattenesse alcun rapporto con la dicitura «evento tragico legato a fatalità». Le morti del 13 marzo 1987 potevano essere tutte evitate. E se si accosta tale certezza al dato dei caduti sul lavoro di oggi, l'avvilimento di chi seguì i funerali delle vittime vent'anni or sono, si diffonde in modo inquietante. Forse Ghedini avrebbe dovuto dedicare più spazio a un interrogativo importante a cui egli risponde solo parzialmente. Il dramma della Mecnavi non avvenne nei porti meridionali di Taranto o Salerno, ma in quello della Ravenna comunista, in una Romagna in cui i sindacati confederali avevano ed hanno un ruolo di classi dirigenti. «Lavoro nero, caporalato, disprezzo delle più elementari norme di sicurezza» trovarono ospitalità in un luogo elevato a modello amministrativo per anni e a cui ancora si guarda con nostalgia. Comprendere meglio perché proprio a Ravenna e non altrove è avvenuto il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra è una domanda a cui il libro non offre risposta esaustiva.
Antonio Funiciello, Il Riformista, 28 aprile 2007
Esentati (1)
Ricordate le polemiche sul maxi-emendamento con cui il Governo ripresentò la Legge Finanziaria? Mi pare fosse costituito da un unico articolo (per votare la fiducia una sola volta) costituito da oltre 1300 commi. Oggi ho scoperto il contenuto di uno di questi, il numero 1198.
Prevede di concedere alle aziende che regolarizzano il lavoro nero un anno di esenzione dalle ispezioni sanitarie.
In seguito al dilagare degli infortuni sul lavoro, il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi chiede al Governo un decreto "per cancellare quanto previsto nell’articolo 1198 della Finanziaria 2007... Questa inaccettabile franchigia sulla salute è una misura da cancellare se davvero si vuole dare il segno di una svolta nell’intervento pubblico a tutela della salute e della vita dei lavoratori”.
Esentati (2)
Il quotidiano La Repubblica, nelle sue pagine bolognesi, riferisce di 49 appuntamenti che si svolgono oggi in città o provincia. Nemmeno una riga per la presentazione del mio libro al Vag 61, nonostante la presenza il segretario provinciale della prima categoria operaia (la Fiom, appunto) e l'iniziativa faccia parte di un programma di 4 giornate contro la precarietà.
No comment. Anzi, stupido io che mi meraviglio ancora.
Giovedì 26 aprile 2007, ore 18.30
Vag 61, via Paolo Fabbri 110, Bologna
Giovedì 26 aprile, nell'ambito delle "quattro giornate di resistenza alla precarietà", organizzate dall'Officina dei Media Indipendenti Vag 61 , Bruno Papignani, segretario provinciale della FIOM, e Gino Rubini, realizzatore del sito www.diario-prevenzione.it, presentano il libro di Rudi Ghedini "Nel buio di una nave". Un'occasione per parlare di lavoro nero, caporalato, precarietà, sicurezza e dignità del lavoro.
Il libro parla della strage che si verificò nel porto di Ravenna, vent'anni fa: il 13 marzo 1987, tredici lavoratori persero la vita soffocati nella stiva della gasiera Elisabetta Montanari all'interno del cantiere Mecnavi. Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi di combustibile, che gocciolò sul fondo della stiva e prese fuoco a sua volta. Dalla combustione si svilupparono ossido di carbonio e acido cianidrico. L'aria divenne presto irrespirabile. L'autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche, dopo una lunghissima agonia. Morirono "come topi", disse il cardinale Tonini.
Vent'anni dopo, resta il più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra: tredici morti, con una lunga catena di responsabilità; le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent'anni, dodici erano picchettini, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro.
Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo, non disponevano di alcuna strategia di sopravvivenza: era scarsissima la loro conoscenza dell'ambiente di lavoro, non avevano ricevuto alcun addestramento, una rapida evacuazione era impossibile. Divenne presto chiaro che si trattava di una tragedia annunciata, si scoprirono situazioni inimmaginabili in una realtà ricca come quella ravennate: lavoro nero, caporalato, disprezzo delle più elementari norme di sicurezza, e l'arroganza di imprenditori - i fratelli Arienti - che non tolleravano il sindacato nella loro azienda.
Il libro ricostruisce la vicenda, i passaggi processuali, cosa è cambiato e come si possa ancora morire di lavoro, oggi. Si propone di contrastare la più subdola fra le figure retoriche solitamente accostate agli incidenti sul lavoro: quante volte ci è capitato di sentire la parola strage associata a fatalità? Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una profonda, intollerabile, odiosa ingiustizia. Con una lunga serie di colpevoli: imprenditori, subappaltatori, chi rilasciò le autorizzazioni, chi non vigilò come avrebbe dovuto.
È raro trovare una concentrazione di cause simile a quella che si determinò nel cantiere Mecnavi, ma in un ogni infortunio sul lavoro si ritrovano alcuni fra gli elementi di quella tragedia.
Ore 18.30 - proiezione di "Mai più", film documentario di Fausto Pullano, Nello Ferrieri e Rudi Ghedini (1997)
Ore 19.00 - Bruno Papignani e Gino Rubini presentano "Nel buio di una nave" (Bradipolibri, 2007, 112 pagine, 10 euro), alla presenza dell'autore.
http://www.zic.it/zic/articles/art_749.html
In Emilia Romagna gli ispettori del lavoro non hanno in dotazione nessun mezzo per svolgere il proprio lavoro. Si spostano con i mezzi pubblici, a piedi o con la propria auto. E in questo caso, i rimborsi sono pari a quelli di venticinque anni fa.
Mezzi pubblici, auto private se ci sono o, alla peggio, a piedi. È così che in Emilia-Romagna si spostano gli ispettori del lavoro per controllare il rispetto della sicurezza sui luoghi di lavoro. Il Ministero del Lavoro non mette loro a disposizione nessuna autovettura di servizio, anche in caso di ispezioni in ditte o cantieri lontane dalle città. E anche i rimborsi, per chi utilizza la propria auto, sono decisamente irrisori: ben al di sotto delle tariffe Aci, non adeguati all'usura e aggiornati all'indennità oraria di 25 anni fa. Lo denuncia il personale ispettivo del coordinamento dell'Emilia-Romagna ricordando in una nota che "a seguito dei gravi infortuni con esito mortale" verificatisi nei giorni scorsi, nonostante si sia parlato del "disagio" e della "mancanza di mezzi del personale ispettivo", nessuna direzione provinciale del lavoro ha mai detto con chiarezza che gli ispettori operano senza ausilio di autovetture.
La situazione denunciata dal coordinamento degli ispettori dell'Emilia-Romagna è senza uguali, si legge ancora nella nota: "Comuni, Province, Regioni,Agenzie, Asl e Forze di Polizia, nessuno è nelle nostre condizioni". La nota del coordinamento regionale arriva mentre il Ministero del Lavoro annuncia, per giovedì, la Giornata dedicata alla lotta al lavoro sommerso, occasione in cui verranno presentati anche i risultati delle attività ispettive.

Terni, sabato 21 aprile, ex Siri, Sala dell’orologio
ore 15.00 proiezione del documentario Mai più, di Fausto Pullano Nello Ferrieri e Rudi Ghedini, sulla tragedia nel porto di Ravenna del 13 marzo 1987
a seguire, incontro con il Ministro del Lavoro, Cesare Damiano, Daniele Gaglianone, Rudi Ghedini, autore del libro Nel buio di una nave, Davide Pascutti, autore/disegnatore di Marcinelle. Storie di minatori, Fabrizio Berruti dell’ Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e Luigi Agostini del consiglio di amministrazione dell’INAIL.
Di nuovo un incidente sul lavoro, una "guerra" non dichiarata che sembra non fermarsi mai.
Oggi pomeriggio, verso le 15, un operaio di circa 40 anni è rimasto gravemente ferito in un incidente sul lavoro nei cantieri dell'Alta Velocità, all'interno della galleria Monte Bibele sull'Appennino bolognese.
Secondo le prime ricostruzioni, l'infortunio è stato causato dalla caduta di un manufatto nella galleria, che si trova in località Quinzano, una piccola frazione di Loiano.
Il lavoratore ferito è stato trasportato d'urgenza in elicottero all'ospedale Maggiore di Bologna dove è ora ricoverato in gravissime condizioni. La vittima ha riportato trauma cranico, toracico e agli arti inferiori.
Nei giorni scorsi un infortunio mortale si era verificato nei cantieri appenninici della Variante di valico sul versante bolognese.
Fonte: Acabnews

Intanto sarebbe opportuno evitare affermazioni significativamente sbagliate come la definizione delle vittime sul lavoro come martiri.
Il martirio implica una scelta per una causa; non ci pare abbia molto a che fare con il lavoratore vittima sul lavoro, che non ha mai pensato di scegliere di morire, ma più semplicemente ha dovuto lavorare in condizioni imposte...
Tiziano Rinaldini, Cgil Emilia-Romagna, il manifesto, 18 aprile 2007
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/18-Aprile-2007/art60.html

Una sorta di concerto di tante forme di espressione artistica per ragionare di un tema difficile e cruciale non solo per il nostro Paese, ed in particolare per la nostra regione, ma anche per la definizione stessa della parola lavoro all’inizio del terzo millennio: questo vuole essere Lavorare è vivere, la sezione dedicata ai temi della sicurezza sul lavoro e delle morti bianche.
Perché, in un mondo in cui il progresso è inarrestabile e la tecnica sembra in grado di risolvere ogni problema, non solo in India, in Cina, in Africa ma anche qui in Italia, in Umbria, a Terni, di lavoro si muore: banalmente, scivolando da un ponteggio di un cantiere o rimanendo fulminati addosso ad un traliccio. Si muore tremendamente ustionati dopo essere stati abbandonati davanti ad un ospedale, si muore a 17 anni pur di poter guadagnare qualche euro in nero.
E allora ci è sembrato doveroso proporre, con gli strumenti propri di un festival cinematografico, occasioni di riflessione intorno a questo problema. E lo abbiamo fatto aprendoci al contributo di tante e diverse forme espressive: il cinema naturalmente con il concorso Lavoriamo sicuri per opere di fiction o documentarie sul tema, la proiezione del film Apnea di Roberto Dordit e dei documentari Non si deve morire per vivere di Daniele Gaglianone e Mai più di Nello Ferrieri, Rudi Ghedini e Fausto Pullano, la fotografia con la mostra/concorso Lavorare è vivere in cui alcuni artisti umbri, ognuno con il proprio personale sguardo, fermeranno in immagini il lavoro che mette in pericolo la vita, il fumetto con l’esposizione dei disegni originali della graphic novel Marcinelle – storie di minatori, 14 tavole che riescono a restituire le dinamiche di una delle più grandi tragedie del lavoro del Novecento, la pittura con il work in progress di un gruppo di giovani writers e pittori di strada che realizzeranno un grande pannello dedicato al tema delle morti bianche.
Tutto ciò troverà il suo culmine nel pomeriggio di sabato 21 aprile in un incontro al quale parteciperanno il Ministro del Lavoro, on. Cesare Damiano, Daniele Gaglianone, Rudi Ghedini, autore del libro Nel buio di una nave sulla tragedia della Mecavi, Davide Pascutti, autore/disegnatore di Macinelle - Storie di minatori, Fabrizio Berruti dell’ Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e Luigi Agostini del consiglio di amministrazione dell’INAIL, con la proiezione del documentario Mai più, sulla tragedia della Mecnavi e la presenza in sala degli autori dei filmati finalisti di Lavoriamo sicuri e la premiazione del vincitore di questo concorso, di quello fotografico e di My job.
Proiezione dei documentari finalisti del concorso Lavoriamo Sicuri
Mercoledì 18; Giovedì 19; Venerdì 20 aprile - ex Siri – Studio 1 – ore 16.00
Sabato 21 aprile – ex Siri, Studio 1 – dalle ore 16.00
Apnea di Roberto Dordit
Giovedì 19 aprile – Cinema Fedora, Sala 1 – ore 16.30
Mai più di Nello Ferrieri, Rudi Ghedini, Fausto Pullano
Sabato 21 aprile – ex Siri, Sala dell’orologio – ore 15.00
Non si deve morire per vivere di Daniele Gaglianone
Sabato 21 aprile – ex Siri, Sala dell’orologio – ore 16.30
Mostra fotografica Lavorare è vivere (a cura di Franco Profili in collaborazione con CavourArt Fotografia)
da martedì 17 a domenica 22 aprile – ex Siri, Sala Saint-Ouen
Incontro con: Ministro del Lavoro on. Cesare Damiano, Rudi Ghedini, Davide Pascutti, Fabrizio Berruti, Daniele Gaglianone, Luigi Agostini
Sabato 21 aprile – ore 17.00 – ex Siri, Sala dell’orologio
26 aprile: Giornata nazionale dell’emersione dal lavoro nero.
3 maggio: Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro.
In Italia, in questi otto giorni, moriranno sul lavoro circa 30 persone.
Ogni giorno lavorativo, in Italia, muoiono in media 4 persone. Circa 1200 all'anno, ogni anno, costantemente, implacabilmente, nel disinteresse generale.
Fra ieri e oggi, cioè nelle ultime 36 ore, sono morte sul lavoro sei persone. Sei operai. Niente di nuovo, dunque. Se non che, per uno di quei cortocircuiti che costellano le giornate dell'informazione italiana, questi morti hanno suscitato un diluvio di dichiarazioni (da Napolitano in giù) e di servizi giornalistici improntati allo stupore e alla sdegnata retorica. Qualcuno li ha chiamati "martiri".
Domani temo saranno già dimenticati.
A Genova, Monza, Brescia, Latina, Messina e Cagliari; un portuale, due edili, due metalmeccanici, un addetto ai traslochi. In almeno un paio di casi risulta che i lavoratori non fossero in regola. Almeno uno era in subappalto: lavorava all'interno di una raffineria della Saras dei fratelli Moratti...
Le prossime presentazioni

Sabato 21 aprile, ore 18.00, Terni
presso il Festival Cinematografico dell’Umbria, Ex SIRI
Con CESARE DAMIANO, Ministro del Lavoro, LUIGI AGOSTINI, FABRIZIO BERRUTI, DANIELE GAGLIANONE, DAVIDE PASCUTTI.
Giovedì 26 aprile, ore 18.30, Bologna
presso Vag 61, Officina dei Media Indipendenti, via Paolo Fabbri 110
con BRUNO PAPIGNANI, segretario provinciale FIOM, e GINO RUBINI, realizzatore del sito www.diario-prevenzione.it (promosso dall'Area Ambiente e Salute della CGIL Emilia-Romagna).
Martedì 1 maggio, ore 11.00, Venezia
Campo San Barnaba
con FELICE CASSON, deputato DS, e MARTA MEO, segretaria della sezione DS "Tina Merlin".
Giovedì 10 maggio, ore 20.30, Imola
La Palazzina
con ELISABETTA MARCHETTI, segretaria CGIL di Imola.
Clamoroso al Cibali (cioè a Repubblica)
A memoria d'uomo non era mai accaduto: Repubblica non aveva mai dedicato agli incidenti sul lavoro più che qualche "breve di cronaca"; oggi, invece, pubblica un ottimo servizio - scritto da Paolo Berizzi - che occupa le intere pagine 20 e 21, con addirittura un richiamo in prima pagina. Un terzo dello spazio dedicato per un paio di settimane a vallettopoli, ma ci siamo capiti.
Molto ben impaginata, questa inchiesta segue il classico, abusato modello dell'infiltrato: Berizzi si è fatto assumere da un caporale a piazzale Lotto (Milano) e ha lavorato in nero mischiandosi a molti altri manovali irregolari. Accanto al testo, una serie di tabelle e di fotografie sulla realtà dei cantieri (paga, orari, evasione fiscale, infortuni, stranieri, ecc.).
E' davvero un ottimo servizio, che si chiude con una citazione di Camilleri. Sono certo ne leggeremo altri, su Repubblica, entro le elezioni del 2009. Magari accompagnati da commenti sulla scomparsa della classe operaia.
286 morti, 7.167 invalidi, 286.692 infortuni dall'inizio dell'anno... http://lavoro.articolo21.com/
Stiamo mantenendo la media.
http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=15468
Recensito da "Internazionale"
Il 13 marzo 1987 nel porto di Ravenna è avvenuto il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra: tredici operai sono morti soffocati nella stiva di una nave portata in secco nel cantiere Mecnavi. Erano quasi tutti ragazzi di una ventina d’anni, ingaggiati senza contratto. La loro morte è stata causata da un piccolo incendio e poteva essere evitata. Ma su quella nave e nel porto di Ravenna a quell’epoca le misure di sicurezza erano scarse, e chi doveva farle rispettare era a dir poco distratto. Attraverso gli atti processuali, articoli e interviste Rudi Ghedini ha ricostruito una vicenda di lavoro nero e di sfruttamento che si ripete ancora troppo spesso nell’Italia di oggi, dove sul lavoro muoiono in media tre o quattro persone al giorno.
Giovanna Chioini, Internazionale 687, 6 aprile 2007
Consumatori
Nel numero di aprile del mensile della Lega Coop, il mio libro è segnalato accanto a quelli di Gianrico Carofiglio e Natalino Balasso, nella pagina curata da Giorgio Oldrini.